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Musica o terapia?

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Musica o terapia?

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Di Crlistiana Gentili, prof. di lettere

Esperta di musica io? Nemmeno per sogno! Se solo qualche anno fa mi avessero proposto di scrivere di musica, sarei scoppiata a ridere. Sì, proprio una bella risata in faccia. Ma forse no, e proprio per ciò che mi ha detto una volta un mio amico attore, in merito al fatto che i migliori attori sono i più timidi, voglio provare a vincere la mia (chiamiamola così) “timidezza musicale”. Voglio provare adesso, che sono seduta con la mia birra sui gradini della chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze, mentre una coppia di bambini dai vestiti riadattati più e più volte mi svolazza intorno giocando a un, due, tre…stella!

Boombox

…Ho iniziato ad ascoltare ed apprezzare la musica molto tardi (e non dirò perché). Si sappia solo che -come tanti sopravvissuti-  non posso associare la musica a ricordi personali. La musica quindi non ha rappresentato la colonna sonora della mia adolescenza – benché il periodo fosse particolarmente molto fecondo – piuttosto ha contraddistinto la mia età adulta e ne posso dunque parlare in termini di proiezione e non di ricordi. Già, forse proprio la musica si addice poco, nella sua forma riprodotta, a questo scopo. E questa è proprio nella sua natura: quando schiaccio il tasto “play”, che in ogni lingua nordica indica “giocare” e “suonare”, immagino qualcosa di attivo, un’azione che si compie. In realtà è un’azione già compiuta in sala di registrazione e a me non resta che riprodurla, provare a vivere un attimo della vita di artisti che non ho mai conosciuto e mai conoscerò. È probabilmente l’altro tasto, quello rosso, che come un rubino si distingueva dagli altri sulle boombox degli anni “80 e “90, quello che rende protagonisti. Ma appunto probabilmente anche quello non rappresenta il mio rapporto con la musica: non sono io che suono, nemmeno ascolto. Sono io che la vivo, nel presente e nel progetto. E allora la musica può essere veramente una potente terapia, in grado di scardinare il tempo e creare ricordi in proiezione futura.

I miei cinque tagliandi

Mi piace pensare, nella mia formazione tutta psicologica, che quando nello sviluppo si saltano delle tappe, in realtà si mettono via tanti tagliandi quante sono le tappe saltate. Diciamo allora, per comodità espositiva (quanto mi piace questa frase da insegnante!) che nel mio sviluppo ho saltato cinque tappe, e che ho diritto dunque a cinque tagliandi da spendere “da grande”. Che non si fraintenda però: nessuno può renderti l’esperienza che non hai vissuto, e tu non devi commettere l’errore di cercarla come tale. Mi spiego meglio: il padre di un mio ex, ebreo viennese, fu l’unico sopravvissuto, insieme alla sorella, di tutta la sua famiglia. Tutti morti ad Auschwitz tranne lui e la sorella, spediti dalla famiglia in Svizzera prima che fosse troppo tardi. Poi, a guerra finita, la voglia di dimenticare, poi improvvisa e incontenibile la voglia di ritrovare ciò che si è perduto. E allora cosa fa il padre del mio ex? Torna a Vienna e si ferma in tanti dei suoi eleganti e raffinati caffè per gustare la famosa Sachertorte. Risultato? Nessuna Sachertorte è mai stata all’altezza della “sua” Sachertorte. Nessuna Madeleine de Proust nella sua ricerca del tempo perduto dunque. La morale di questa storia? Niente e nessuno potrà renderti come tale ciò che hai perduto. Puoi solo fare tesoro di esperienze e creare qualcosa di totalmente nuovo.

E allora, questi benedetti tagliandi?Ed

Tagliando numero 1. La libertà (vagheggiata, conquistata, riconquistata): Ederlezi di Goran Bregovic (come un canto alla libertà del popolo rom) e Paranoid dei Black Sabbath (canto alla libertà da ogni pregiudizio, da ogni diagnosi invalidante. Lo sapete che il cantante del gruppo, Ozzy Osbourne, a scuola soffriva di dislessia, balbuzie e deficit di attenzione? E che Ozzy èil suo soprannome che gli deriva dal fatto che non riusciva a pronunciare il suo cognome senza ripetere os-os-os-Bourne?

Tagliando numero 2. L’agonia urlante dell’emarginazione (Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers di Fabrizio De André) e la scoperta del rock progressivo (Aqualung dei Jethro Tull).

E corre, corre, corre la locomotiva

Tagliando numero 3. La musica per afferrare l’immaginario. Ed ecco la classica voglia riparatrice dell’insegnante: ciò che è mancato a me non deve mancare ai miei alunni. E allora tanta musica in classe. Alcuni esempi? La locomotiva e Amerigo di Francesco Guccini e Prospettiva Nevski di Franco Battiato. I risultati? Forse è il caso di porre questa domanda ai miei alunni.

Tagliando numero 4. Per me, la perfezione: Dance of  Death degli IronMaiden.

Tagliando numero 5. Il concerto. La forma più completa: musica, esperienza e al tempo stesso prospettiva e progetto. Dall’acquisto dei biglietti alla scelta del posto migliore. Come in teatri senza maschere. Si entra poveri e si esce ricchi e, magari sì, con qualche ricordo da richiamare quando il lavoro, il freddo o l’ultima pandemia uscita in edicola con i Fratelli Fabbri Editori mi costringono a casa. Perché è bello pensare di essere stati lì, dove l’anima ha fatto vibrare le corde di una Music Man o di una Jaguar. Proprio nel momento della creazione. Il palco crea ed io me ne servo. Questa è la mia vita e questa è la mia musica.

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