Kalamiotissa-Monastery-in-Anafi-Cover

Panaghia Kalamiotissa

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Panaghia Kalamiotissa

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Di Rebecca Fedeli, Professoressa di Lettere.

Il giorno ormai era alle sue ultime luci e continuavano a navigare. Da lì a poco non avrebbero visto più niente, nessuna costa in lontananza, nessun profilo arido di un ottobre quasi estivo. Navigavano dalla mattina presto e avevano già assaporato il calore ancora estivo del sole, addosso. Un sole perfetto, immersosi nel mare, a precipizio.

Cambiavano i colori del crepuscolo….notte, notte, sempre più notte. Il traghetto fece le sue solite manovre di attracco, ne avevano già attraversati quattro di porticcioli durante il giorno: chi saliva, chi scendeva, chi semplicemente accompagnava qualcuno e si abbracciava in un saluto. Guardavano sempre da su, dal ponte, con sopra la testa una bandiera logorata dal tempo e lacerata dal dolore, una bandiera a righe orizzontali bianche e blu che sventolava fiera e orgogliosa di sé.

Scesero con il loro zaino in spalla, solo loro, solo in due. Quasi impossibile scendere solo in due. Eppure fu proprio così. Si trovarono di fronte una montagna e poco altro. Un piccolo porticciolo, qualche debole lampione, un piccolo autobus. Nient’altro, alle dieci di sera. Si guardarono intorno, respirando finalmente l’aria di Grecia. Il traghetto richiuse il portellone, già in movimento, e lasciò dietro di sé una scia schiumosa scura e il suo solito suono di ripartenza.

Nella salita alla chora cercavano di intravedere qualcosa, un po’ di panorama, qualche abitazione. Ma niente, era tutto troppo buio. Notte. Ad aspettarli una giovane donna, nella piazzetta prima del paese abitato. Il piccolo autobus poteva arrivare fin lì. Oltre, solo viuzze pedonali e silenzio.

Anafi. Era questo, Anafi. Calma, silenzio e bianco. Tutto bianchissimo, al loro risveglio. Il sole accecava e non si riusciva a crederlo. Davanti a loro un’insenatura, quasi un abbraccio, in lontananza due piccoli isolotti risplendevano della luce forte della mattina. Iniziò così il loro viaggio “ai confini della realtà”. Un’isola quasi sconosciuta, segnata dal vento, con le case a cupola, di un biancore abbagliante. La chora arroccata su un piccolo promontorio regnava indisturbata da tempo. Profumo di pane, di ciambelle appena fatte, nell’unico panificio del paese. Una piccola comunità, che ormai nell’ottobre inoltrato non aspettava più alcun turista e si preparava all’autunno. Il vento penetrava dappertutto e un senso di calda solitudine entrava dentro, sul motorino preso a noleggio da Manolis. La benzina la prendevi su chiamata, telefonavi e arrivava Nikos.

Case in pietra coi tetti distrutti, vecchi mulini un tempo funzionanti, un eliporto, dietro la montagna una cava e una discarica a cielo aperto, e poi le spiagge di sassi, i resti di un antico porto, qualche palma solitaria qua e là, e il mare blu, che sfiorava in un cielo ancora più blu. Presero la strada per il monastero, posto a strapiombo sulla cima più alta dell’isola. La strada portava fino al luogo dove sorgeva l’antico tempio dedicato ad Apollo. Proprio lui, si dice, fosse intervenuto in aiuto degli Argonauti minacciati da una forte tempesta, facendo apparire l’isola all’improvviso, che si rivelò un luogo sicuro per loro.

Ecco il sentiero, in salita, tra piante di origano, pietre secolari e fiori viola chiaro di zafferano sbocciati che spuntavano tra le rocce brulle e grigie. Il sentiero che li avrebbe portati fino al punto più alto dell’isola, alla Panaghia Kalamiotissa, l’antico monastero che una volta l’anno accoglie ancora oggi l’icona della Madonna, nella notte tra il 7 e l’8 settembre. Salivano e si guardavano indietro, il panorama in lontananza sempre più piccolo, e più grande invece si faceva la montagna, più vicini i rumori di uccelli indisturbati dal resto del mondo, più intenso il blu del cielo.

Un’ora e mezzo di cammino faticoso, e poi il tutto e il niente. Una sensazione di potenza e allo stesso tempo di piccolezza, di fronte a quel mare infinito, con la montagna giù a precipizio e il vento negli occhi. Rimasero a lungo in silenzio, a osservare questa immensità, ciascuno tra sé, dentro ai propri pensieri.

Una voce, interiore, richiamava lui…. voce lontana, profonda, di sua madre Polissena, che in quelle terre greche aveva avuto origini, una voce d’infanzia. Lo aveva lasciato quando ormai era già nella sua prima età adulta, improvvisamente e in maniera lacerante, e lui si portava dentro tutta la sua grecità, la sua eleganza d’animo antica, la sua fierezza….

Una voce, interiore, richiamava lei….voce lontana, profonda, di sua nonna Lilly, che l’aveva cresciuta, sempre, l’aveva amata e l’aveva lasciata improvvisamente e in maniera profondamente dolorosa pochi anni prima, su quel letto di ospedale dove solo una macchina la teneva in vita con una respirazione artificiale che non era più la sua. Lei, Lilly, che tanto aveva apprezzato quel blu del cielo, quel blu intenso del mare, quella lentezza della vita e la durezza di quelle rocce che assomigliavano alla sua forza di andare avanti, di superare le difficoltà, i debiti, gli schiaffi morali che gli anni le avevano “regalato”.

Erano proprio ai confini della realtà. Ebbero la sensazione di essere davvero da un’altra parte del mondo, di riuscire, ognuno in sé, a percepire l’altrove e l’ignoto, di fronte a una tale bellezza, di fronte a quella natura aspra e affascinante, quasi irreale, e al tempo stesso profondamente vera.

Il rintocco ripetuto, insistente, di una campana lontana, dalla chora, dalla cima opposta dell’isola, li fece tornare a guardarsi. Uscirono dai propri pensieri, dalle proprie sofferenze e dolori che avrebbero portato in sé per sempre. Si

abbracciarono, senza dire una parola. Una lacrima, causata forse dal vento, scese sul volto di lei. Presero una pietra e la sistemarono accanto alla porta del monastero, un segno, un punto di arrivo ai confini della realtà, in un rito che si ripeteva ormai da secoli in quel posto.

Non temo nulla, non spero nulla, sono libero” . Le parole di Nikos Katantzakis, incise sulla lapide della sua tomba a Heraklion, vennero a mente a tutti e due. Le scrissero sul loro taccuino di viaggio con la stilografica che si portavano sempre dietro.

Una foto, da lassù, fermò ulteriormente il tempo. Ai confini della realtà.


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