09A-Lupa bianca, lupo nero

L’insiemistica risolve (quasi) tutti i problemi

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L’insiemistica risolve (quasi) tutti i problemi

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(le nostre considerazioni sul libro
Lupa Bianca Lupo Nero
di Marie-Aude Murail)

1F CAT del Russell-Newton di Scandicci

Indice

Introduzione

Capitolo primo
Quella volta che ho spiato i miei genitori

Capitolo secondo
Tutte le volte che ho bisogno di un sauveur

Introduzione

In classe abbiamo letto “Lupa Bianca Lupo Nero” di Marie-Aude Murail. Una fatica ricordare il nome dell’autrice, molto meglio dire “quella che ha scritto di Sauveur e Lazare“. Salvatore e Lazzaro: come dire due nomi e un programma.

Questo libro l’abbiamo scelto perché ci piacciono le storie un po’ incasinate e complicate (la prof. ha spiegato che si chiama intreccio), perché parla di noi adolescenti e dei problemi con i genitori. O forse anche perché Sofia, l’unica ragazza della classe, si sta appassionando alla psicologia e forse da grande farà la psicologa. Ora studia per geometra, vuol dire che poi avrà gli strumenti per fare la “geometra dell’anima”, chissà…

Leggendo il libro ci siamo proposti due spunti di riflessione: l’importanza per i bambini di spiare i propri genitori e i tanti problemi protagonisti della nostra vita di adolescenti.

Abbiamo così articolato il nostro lavoro in due capitoli: Capitolo primo. Quella volta che ho spiato i miei genitori… Capitolo secondo. Tutte le volte che ho bisogno di un sauveur. Nel lavoro, frutto del contributo di tutta la classe, compaiono i nomi solo di alcuni di noi. È una scelta tecnica, per non appesantire la narrazione (si dice così prof?) ma sono storie in cui tutti ci riconosciamo e a cui tutti abbiamo contribuito.

Capitolo primo
Quella volta che ho spiato i miei genitori

Ma davvero l’infanzia è un periodo d’oro? O forse è la sua lontananza a farcela vedere come tale? Eppure basterebbe solo un piccolo sforzo per ricordare tutti i problemi, i desideri inappagati, i divieti che ci hanno accompagnato in quel periodo della nostra vita. Già, i divieti soprattutto…

Gabriele

Esiste un luogo inaccessibile per i bambini, un luogo impenetrabile come una prigione di massima sicurezza, con una porta a prova di proiettile. E ci sono anche le guardie, le sentinelle che non capisci che razza di umano siano: a volte sono dalla parte dei più piccoli, a cui somigliano ancora un po’ per le loro dimensioni, a volte prendono le difese dei grandi e ragionano come loro, chissà poi perché. Forse gli piace fare i ganzi. “Ascolta tuo fratello!”, ti senti dire quando sei bambino. Ma già allora lo intuiamo che anche loro sono stati come noi, e che hanno sofferto come in guerra per sfondare quella linea gotica ed entrare in quella stanza… Ricordo che mio fratello aveva dato un nome alla porta di quella stanza… la chiamava “Impenetrabilis”. Poi, raggiunta una certa età, ti era consentito superare quella porta gigantesca e rovinata dai tanti pugni e finalmente potevi scoprire il Paradiso, quel luogo proibito chiamato “camera dei genitori”. E allora scivolavi davvero in Paradiso, in quella stanza strapiena di cuscini in cui potevano entrare fino a cento persone. E ti sentivi risucchiare in quello spazio morbido, in cui ti rigeneravi rubando le energie magiche di cui si nutrivano i tuoi genitori. E come un gatto ti aggiravi e ti sfregavi a tutte quelle meraviglie. C’era l’enorme buco nero che potevi vedere bene dal letto tutte le volte che
volevi, e non quando qualcuno ti diceva “Sì, adesso hai fatto i compiti e puoi guardare la televisione”. E l’armadio? Quello tutto oro fantastico che quando ti avvicinavi diventava bianco ghiaccio, e lo toccavi ed era davvero freddo freddo. Ma dentro quell’armadio… quanti vestiti da principessa, così brillanti che ti accecavano gli occhi con tutte quelle fantasie di colori. Spesso erano protetti da quelle pellicole che facevano da barriera, fatte apposta per non lasciarteli toccare. Non saprei più spiegare come, ma un giorno, una volta soltanto, ho visto che nella stanza c’era un’altra porta grande grande, più grande ancora dell’ “Impenetrabilis”. L’ho aperta appena un po’: c’erano tante fiamme, tutte le fiamme dell’inferno. Non si poteva passare e allora sono scappato… Sono sicuro che lì dentro ci fossero tutti i segreti dei miei genitori… Oggi mi rattristano tanto i miei genitori quando dicono che è una normale camera da letto, con un armadio e due comodini. Anche a me a volte sembra così, ma io sono ostinato e amo chiedermi se per caso non siano solo diventati più bravi, i miei genitori, a nascondere la verità.

Davide

Era una tranquilla notte primaverile ed io come sempre (ma perché?) avevo problemi a dormire e mi svegliavo di continuo, per i motivi più futili come troppo caldo troppo freddo strani rumori o per i soliti colpi di scena nei miei sogni. E come sempre quando mi svegliavo sentivo il bisogno di una piccola passeggiata notturna per casa, magari a piedi nudi per non farmi sentire dai miei genitori che spesso ancora parlavano in cucina di chissà cosa. Non mi interessavo mai degli argomenti dei grandi, sempre così noiosi, come di chi ha dimenticato di come si fa a giocare. Ma quella notte fu tutto diverso, forse perché avevo visto il giorno prima un film di spionaggio (non è così che i bambini imparano, imitando tutto quello che vedono, immedesimandosi nei personaggi delle storie?).
E così pensai che anche i miei genitori dovevano per forza avere un segreto. Decisi allora di indagare, ascoltando i loro messaggi cifrati nascosto tra la rampa delle scale e l’armadio, in cerca di materiale interessante e di prove schiaccianti. Ma non scoprii niente, solo problemi di lavoro all’azienda di mio padre e ricordi di quando erano giovani. Ma per me è stato importante sentirmi protagonista di una di quelle “storie psicologiche” o forse volevo solo sentirmi grande e magari far capire ai miei genitori che io i loro segreti li conoscevo, e attirare finalmente la loro attenzione.

Artur

Una volta da piccolo ho spiato i miei genitori perché si comportavano in modo sospetto. Allora mi sono nascosto sotto una scrivania e sono riuscito a sapere quali regali mi avrebbero comprato per il mio compleanno. Forse quella è la prima volta che mi sono comportato da grande, perché ho fatto finta di niente per non deludere i miei genitori. Quanta pazienza ci vuole con gli adulti, sono così permalosi!

Alex

Io invece, caro Artur, a differenza di te non ero sicuro di non tradirmi, per questo sono scappato quando ho avuto l’opportunità di capire dai discorsi dei miei genitori quale sarebbe stato il regalo per il mio compleanno. E pensare che mi ero svegliato all’improvviso, come per un colpo di fucile di fanteria, con il cuore che galoppava per l’emozione, ed ero saltato giù dal letto come un fulmine al solo rumore tutto particolare della carta regalo. Ma non ho voluto rovinarmi la sorpresa…

Giuseppe e Pietro

E’ brutto sentirsi esclusi dai discorsi dei grandi. Quante volte abbiamo spiato i genitori e non ci abbiamo capito un tubo! Ma che incantesimo hanno fatto i genitori per diventare domatori di tutte quelle parole?

Alessandro

Io spiavo spiavo spiavo parole gesti ed espressioni dei miei genitori. Soprattutto quando parlavano di me e di quello che combinavo. Devo dire che non ho mai capito in cosa avessi sbagliato, non ero interessato ai miei presunti errori. Era il loro giudizio su di me che mi interessava. E ancora oggi è così. Ho sempre bisogno di capire che cosa gli altri pensano di me. C’è chi la chiama insicurezza.

Niccolò

Ho saputo in anticipo, prima che trovassero “le parole giuste” per dirmelo (proprio così hanno detto quando li spiavo) che ci saremmo trasferiti lontano lontano… lontano da tutti i miei amici dai parenti dalla scuola dal calcio. Ma perché i bambini non possono scegliere? Per fortuna hanno l’onnipotenza della Fantasia, con cui possono colorare le tristezze della vita.

Capitolo secondo
Tutte le volte che ho bisogno di un sauveur

E adesso viene il bello: individuare e parlare dei problemi della nostra età, che a volte ci portano ad aver bisogno di un sauveur insomma (ma è un’antonomasia questa?). Niente di più difficile, e resta difficile anche se diciamo a noi stessi che non stiamo parlando di noi ma piuttosto di un nostro caro amico

Reyber

Sì perché è difficile parlare di noi stessi, di quando ci si ritrova soli, fuori dal gruppo, proprio esclusi e messi in disparte. Quando non riesci più a relazionarti con le persone. Non sai come è successo, anche perché magari da piccolo eri attivo partecipe e parlavi tantissimo. Ma ero davvero io quello a cui uscivano sempre così tante parole di bocca? O forse solo ora sono diverso? Perché gli altri mi sono improvvisamente così estranei? Improvvisamente? O è successo piano piano e non me ne sono accorto? Forse perché da piccoli si giocava e basta? Accordiamoci sul fatto che ad un certo punto (se improvvisamente o se ci sono arrivato lentamente non so) mi sono sentito un personaggio secondario, come la comparsa di un film, quella comparsa il cui unico ruolo è quello di scappare durante una sparatoria in un film d’azione. Un’immagine fugace, un volto in ombra (controluce?), una schiena senza storia. E tanta ansia, come mi aspettassi critiche per ogni mio desiderio di azione. E così indosso una maschera, nella speranza di nascondere i miei pensieri e le mie preoccupazioni con un finto sorriso.

Sofia

E io adesso come me la cavo? Non bastava essere l’unica ragazza della classe? Mi tocca anche avere l’ultima parola e trarre le conclusioni di tutti questi bei discorsi. E accidenti a me e a quando ho detto che vorrei diventare psicologa. Ora mi tocca per forza dire qualcosa di giusto sensato e risolutivo… Trovato! I problemi dei ragazzi della mia età? Io provo a razionalizzarli con gli insiemi. Così me li posso spiegare come un fatto matematico. Quindi se costruiamo l’insieme intersezione tra l’insieme A delle problematiche adolescenziali e l’insieme B delle problematiche genitoriali, allora l’insieme che ne viene fuori è… un bel punto interrogativo… un gran casino insomma

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